Perché gli artisti odiano la loro canzone più amata?

Il successo di una hit può essere una delle cose più belle che possa capitare a un artista, ma anche una delle più complicate. Quando un brano esplode, infatti, rischia di diventare molto più grande dell’artista stesso: per una parte del pubblico quel singolo diventa il modo più semplice per identificare una carriera intera.
È il caso di “Creep” dei Radiohead. La canzone li ha portati al successo mondiale, ma proprio quel successo ha creato un problema: per molti ascoltatori occasionali, i Radiohead erano semplicemente Creep. La band, però, negli anni ha costruito una discografia completamente diversa e molto più complessa, fino ad arrivare ad album come OK Computer, Kid A e In Rainbows. Continuare a essere richiesti principalmente per quella canzone significava, in qualche modo, sentirsi ridurre a un singolo capitolo della propria storia.
E non è un caso isolato. Kurt Cobain era insofferente verso Smells Like Teen Spirit, Robert Plant ha espresso più volte la sua ambivalenza nei confronti di Stairway to Heaven, mentre Liam Gallagher ha spesso mostrato un rapporto complicato con Wonderwall. Anche in Italia esiste questa dinamica: Salmo, ad esempio, ha più volte modificato Il cielo nella stanza nelle esibizioni dal vivo, proprio perché un brano così identificativo rischia di diventare un’etichetta.
Il problema, quindi, non è necessariamente che l’artista odi davvero la propria canzone. È che può arrivare a odiarne ciò che rappresenta: essere costretto a cantarla ogni sera, sentirla richiesta continuamente e vedere il pubblico aspettare solo quel momento.
Per un fan, quella può essere la canzone della vita. Per l’artista, invece, può diventare la canzone che gli ricorda quanto sia difficile far capire che una carriera non può essere racchiusa in tre minuti.
Ed è forse questo il paradosso delle grandi hit: più una canzone diventa grande, più rischia di mettere in ombra tutto ciò che l’artista ha fatto prima e dopo.
